Cosa rende un viaggio davvero indimenticabile?

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Quando torni da un lungo viaggio dove vedi un sacco di cose belle poi le immagini nella tua mente si accavallando le une alle altre e i pensieri pure. Insomma a torta finita non sai più stabilire con precisione ciò che veramente hai imparato, cosa ti è piaciuto di più e i luoghi che hanno lasciato un segno dentro di te.

Lo stratagemma di scrivere i miei giorni di viaggio mi è servito anche a far riemergere l’importanza avuta per me dei singoli posti visti.

Rileggendo i giorni ho capito che c’è stato un luogo che più di tutti mi ha colpito per bellezza e per avvenimenti: la valle Formazza.

Venivamo da giorni in cui avevamo dovuto far fronte a piccole difficoltà e stavo cercando di concentrare in me tutto l’ottimismo possibile per non abbattermi. Dopo una sosta del tutto dettata dalla burocrazia in quel di Verbania, ci siamo spostati in mezzo alla natura della Val Formazza.

Lì, mi fu subito chiaro quanto fosse importante saper aspettare.

Bisogna avere la pazienza che la vita accada.

Attendere che le cose succedano, come è naturale che siano. Anzi, forse è già tutto scritto, altrimenti non si spiegherebbero certi segnali premonitori che riceviamo, spesso ignorandoli, ma che poi ci vengono in aiuto anni dopo.

Ma perché la Val Formazza è stato il luogo che più di tutti mi ha segnato?

Innanzitutto la bellezza degli Orridi di Uriezzo.

Un posto meraviglioso, con i suoi giochi di luce e ombra. Trovarsi nel silenzio di queste profonde gole millenarie infondeva un grande senso di serenità. Anche la sosta mi ha permesso di ritrovare la calma che i giorni precedenti avevano messo alla prova, una tranquillità che mi permettesse di non distrarmi con i pensieri ossessivi e negativi, una serenità dell’animo che mi consentisse di avere un occhio di riguardo ai dettagli.

Orridi di Uriezzo luce

 

Capii che mi sarei fermata molto volentieri anche più a lungo rispetto i pochi giorni di durata del nostro soggiorno.

Perché se c’è stato un tempo in cui l’uomo da nomade ha iniziato a coltivare la terra finendo per stabilirsi in un luogo fisso, compresi che alla fin fine siamo un po’ così anche noi.

Infatti, trovammo in area sosta, quindi nel nostro giardino, un orto a nostra disposizione.

Tra l’altro gli orti sono una splendida metafora della vita, dove sono contemplate la cura, l’attesa e guarda caso la pazienza.

Poi, c’era un elastico, di quelli appesi tra due alberi.

Lo provammo e capimmo quanto è difficile trovare la calma necessaria e l’equilibrio per procedere. Capii che anche il nostro viaggio procedeva senza alcun equilibrio. Vedevamo posti che ci lasciavano incantati. In alcuni, come la Val Formazza, avremmo voluto fermarci, invece, poi, la curiosità di esplorare nuove mete ci spingeva oltre.

Infine entrava in gioco la mancanza di casa richiamandoci indietro di tanto in tanto.

No, di certo non si poteva parlare di equilibrio. Non c’era ancora un uguale peso tra i due piatti della bilancia, in cui da una parte c’è la vita sedentaria, nota, costante e fatta di finte certezze e dall’altra parte c’è la vita itinerante, il viaggio, una continua scoperta, la libertà di essere, essere qui piuttosto che là.

La Val Formazza mi colpì perché compresi che l’equilibrio è possibile solo se si è liberi di fare le proprie scelte.

La libertà di poter scegliere, fosse anche solo di poter scegliere se restare o se andare, come nel nostro caso.

Me lo fece capire il signore che vendeva il formaggio chiamato formazza. Ci aveva preso in simpatica. Aveva 90 anni. Ci insegnò come portare lo zaino sulle spalle, non sul sedere. Lui lo sapeva bene, perché 70 anni fa per non morire di fame portava il sale in Svizzera e ritornava col tabacco. Suo padre era contrario, ma lo facevano tutti, non c’era alternativa.

Ci disse

Avremmo mangiato anche le suole delle scarpe. Guai a voi se del formazza togliete troppa crosta, quando ai miei tempi si grattugiava appena appena fuori per mangiare di più.
“Voi eravate pazzi” – ci dicono i giovani oggi- Ma forse era meglio allora. C’era più unione, ci si aiutava. Oggi se cadi per terra, non viene nessuno a tirarti su, ti lasciano lì”

E ci salutò.

Oggi abbiamo la possibilità di costruire il nostro personale equilibrio, siamo liberi di fare, dire, andare o tornare, ma è diventato più difficile essere sereni perché non ci si aiuta più, anzi si fa di tutto per far cadere coloro i quali un personale equilibrio già l’hanno trovato.

Pensai spesso al discorso dell’anziano anche i giorni successivi. Ogni tanto ritorna a farsi vivo ancora adesso.

Così mi sono chiesta cosa rimane nella mente al termine di un viaggio? Perché alcune mete ci colpiscono più delle altre?

Non è tanto la bellezza di un luogo, che certamente aiuta.

D’altro canto i posti incredibili sono davvero tanti e sono tutti dei buoni candidati per farteli scegliere come luoghi che lasciano il segno.

Ciò che fa la differenza sono i dettagli che saprai cogliere in essi, le impressioni, i racconti delle persone.

Le sensazioni che un luogo riuscirà a farti provare valgono più di tutte le nozioni storiche, culturali, geologiche che potrai imparare.

Le mete migliori saranno sempre quelle che riuscirai a vivere attraverso le tue emozioni. Le emozioni sono il vero bagaglio che potrai portare a casa da un viaggio.

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