Forza di Gravità a Civita

Mi chiamo Salvo Permiracolo. Sono un muratore di Bagnoregio. Mio nonno, anch’egli Salvo Permiracolo, era stato, invece, un soldato insignito con la medaglia al valor militare perché salvò un sacco di persone durante la seconda guerra mondiale. Pagò la notorietà con la morte,  a dispetto del suo nome. Io, viceversa, alla morte sono scampato almeno in un paio di occasioni e quella che sto per raccontarvi è la storia di come riuscii a sopravvivere l’ultima volta, pochi istanti fa. Innanzitutto ci sono alcune informazioni che dovete proprio sapere per comprendere il mio racconto. Una di queste nozioni è la struttura bizzarra di Civita di Bagnoregio. Questa frazione del mio paese, in particolare, è nota per il fenomeno dell’erosione del tufo, su cui è appoggiata la cittadella. L’idea che negli anni me ne sono fatto è che assomiglia un po’ all’avere i topi in casa. I roditori segretamente sgranocchiano le provviste del ripostiglio fino a quando ti alzi un giorno e ti accorgi che, di tutte le tue scorte per l’inverno, non ne è rimasto che un pugno di briciole. Al pari, Civita si sveglia al mattino e non sa se tutte le sue case affacciate sulla valle dei calanchi sono ancora là al loro posto o meno. Sarà per questo motivo che a Civita ci sono più gatti che residenti. Il problema a Civita, però, non sono i topi, anche se, a ben guardare, il suo aspetto assomiglia molto a quello di una forma di formaggio tutta rosicchiata ai bordi. Il grande cruccio di Civita, invece, si chiama tufo, una roccia porosa, che, per effetto dell’acqua, diventa friabile come biscotti appena sfornati. Alcune case di Civita sono nel corso dei secoli crollate, cadendo, insieme alla roccia su cui poggiavano, in quel mare, che è la valle dei calanchi. E Civita è proprio come un’isola, un’isola sulla terra. Ogni tanto si sente un tonfo, si vede alzarsi dalla rupe una nuvoletta di polvere e sabbia, che nasconde, per qualche minuto, il vuoto che il tufo, erodendosi e sgretolandosi, lascia dietro di sé. L’unico collegamento con la terraferma è rappresentato per Civita da un ponte pedonale. Nemmeno un’auto ci passa. I bar sono costretti a servirsi di particolari mezzi per ricevere gli approvvigionamenti. Civita vive, oggi, di turismo e tutti i soldi dei turisti finisco nel cercare di farla crollare il meno possibile, così che altri turisti la possano vedere, spendere soldi e continuare a preservarla. Uno scrittore l’ha descritta come la città che muore e così adesso la frase è diventata lo slogan del borgo. Noi di Bagnoregio un po’ ci siamo avvezzi ai crolli ed è diventata la normalità. Abbiamo visto crollare case, muri, perfino il precedente ponte costruito in pietra nel ’64. Crollò il giorno prima della sua inaugurazione, io avevo 10 anni e, ancora oggi, ricordo bene come si accartocciò su se stesso. Mi abituai, così, ai crolli fin da ragazzino, tant’è che, proprio allora, mi venne quella che pensavo essere un’ottima idea: diventare muratore. Purtroppo, non avevo considerato che è pressoché impossibile costruire là dove non rimane nient’altro che aria. Nonostante ciò, non posso lamentarmi. Il lavoro non mi è mai mancato nella vita. Anzi, siccome tutto il paese mi conosce e tutti dicono che sono un bravo cristiano, vengo sempre cercato per i lavori più disparati. Così due anni fa fui chiamato per riparare un muretto a Civita, nella villa di un signore benestante e straniero. Era una mattina di maggio. Il sole a maggio sorge alle 5.50, così che, alle 6 spaccate, io mi trovavo già in piazza San Donato, a Civita, con badile, carriola, secchio e malta. Prima di iniziare il lavoro, bussai alle vetrine del bar del mio amico Attico e presi un caffè, mentre sorvegliavo la piazza di Civita. Rividi me bambino correre per quella piazza fatta di sabbia, sembrava invitarmi a giocare con lui, come a dirmi “lascia perdere per oggi”. Lì per lì, la trovai un’immagine bizzarra, ma poi pensai che, in fin dei conti, mi era sempre piaciuta quella piazza, specie da bambino. Non ci diedi peso e mi recai nella villa ad aggiustare il muretto. Si affacciava dritto dritto sulla rupe. Un gatto bianco e grigio miagolava. Io tastati la parte di terreno dove avrei dovuto lavorare. Intanto il gatto, incessante nel suo miagolio, sembrava volermi avvertire di un pericolo imminente. Feci finta di non ascoltarlo e afferrai il mio secchio, incurante come davanti all’immagine di me bambino, che mi invitava al gioco. Mi sbilanciai un solo istante nell’atto di posare il secchio. Ruzzolammo tutti giù per il dirupo, io, l’immagine di me bambino, il secchio e il gatto che, spaventandosi, fece un salto nel vuoto. Non ho idea di quanto tempo passò prima che ripresi i sensi. Fu proprio il gatto a svegliarmi. Eravamo entrambi vivi, ma si sa che i gatti hanno sette vite, quello che più aveva rischiato ero stato io. Il gatto mi tenne compagnia fino a quando non mi trovarono nei rovi, appeso nel vuoto, in bilico come una foglia gialla in pieno autunno. Quando mi issarono nella barella con il verricello attaccato all’elicottero, mi ostinai perché prendessero pure il gatto. Oggi mi tiene ancora compagnia. Quel giorno fu per me come una rinascita. Tutte le mie priorità sono cambiate. Oggi tutto è più lento. L’unico a correre è il bambino che è in me. Sono molto più attento ai segnali della vita, osservo ogni dettaglio. Colgo, come si fa con i fiori, ogni coincidenza. Ho capito che l’universo è regolato da due grandi forze: la gravità e il potere della mente. Quella fu la prima volta che scampai a morte certa. Ora che conoscete tutto ciò che era necessario dire per onor di cronaca su di me e su di Civita, mi preme farvi sapere come riuscii poco fa a restare in vita. Alcuni istanti fa ho deciso di fermarmi e non muovermi più per nessuna ragione al mondo. Sapevo che mi sarebbero bastati pochi minuti perché quando si parla di morte è questione di attimi. Nell’attesa che il tempo scorresse nella mia immobilità, per ingannare la noia, ho deciso di raccontarvi della mia recente sopravvivenza. Solo ora, che l’immagine di me bambino sull’uscio è del tutto sbiadita e il gatto ha smesso di miagolare, posso considerarmi salvo.

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© Copyright 2018 Marta Pavesi

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