La versione di Arpino

 

La Signora Terenzia, nobildonna romana di 103 anni, stringeva ancora, nella mano sinistra, la preziosa penna stilografica con cui avrebbe dovuto firmare il documento originale.

Improvvisamente, abbandonò la platea di insegnanti, studenti e giornalisti che, in piazza del municipio, tra le rosse pareti del comune, aspettavano con una certa impazienza solo la firma della nobildonna per dare via alla trentottesima edizione del Certamen. Studenti di tutto il mondo si sarebbero sfidati nella traduzione di una versione di latino, lingua di cui la Signora Terenzia era stata insegnante per lunghi anni. La passione per il latino le era stata trasmessa dal suo primo marito, un agiato possidente terriero divenuto, poi, un famosissimo oratore. Insieme all’amore per il latino il primo marito della Signora Terenzia inculcò nella donna anche un profondo amore per la sua terra natale, il paese di Arpino. Antica città collinare fondata dai Volsci, delineata da mura ciclopiche e circondata da dolci declivi coltivati a ulivi, Arpino entrò nel cuore della Signora Terenzia al pari di quel suo primo amore, che seppe conquistarla con le parole, ancor prima che coi fatti. I due si sposarono e i primi anni di matrimonio furono anche ricchi di passione, tant’è che ebbero subito uno splendido figlio. Quando, un decennio più tardi, il marito raggiunse la celebrità, però, si vide costretto ad abbandonare patria e consorte per girare il mondo. Decise di portare con sé anche il figlio, di modo da potergli insegnare il mestiere di oratore. La Signora Terenzia, rimasta sola e dimenticata , da quel giorno dedicò tutta la sua vita all’unica passione che le sembrava esserle rimasta, il latino. Iniziò a portarlo nelle scuole e divenne presto un’apprezzata docente. Poi, un giorno scoprì dai giornali che il marito aveva fatto un’orribile fine. Venne assassinato, gli tagliarono testa, mani, gli trafissero la lingua, perché aveva parlato troppo, in giro per il mondo. La Signora Terenzia prese a vestirsi con gli abiti neri della vedovanza e una profonda sofferenza iniziò ad accompagnare i suoi giorni. Nel mentre di una delle sue consuete passeggiate lungo il fiume Fibreno, là dove il suo ormai defunto primo marito era solito portarla a riflettere o a parlare, si accorse che tutta la passione della gioventù le era sfuggita dall’animo. Non provava più trasporto né nella vita, né tanto meno nell’insegnamento del latino. Nel punto esatto in cui il Fibreno forma un’isola prima di gettarsi nel Liri, prese un’importantissima decisione. Scelse di non lasciarsi sconfiggere dalla tristezza. In breve tempo trovò un altro compagno, un certo storico conosciuto tra le cattedre di scuola. Decise che avrebbe continuato ad indossare gli abiti neri, ma gli avrebbe sempre accompagnati da qualcosa di rosso, per ricordare a se stessa di essere sempre appassionata in tutto quello che faceva. Infine, si inventò una gara di traduzioni latine in onore del suo primo marito. Lo chiamò Certamen Ciceronianum Arpinas. Per 37 anni la manifestazione aveva preso inizio con la firma della Signora Terenzia. Anche quella fresca mattina di Maggio, la Signora Terenzia era pronta ad apporre la trentottesima firma, quando si arrestò per alcuni lunghi e interminabili secondi. La sua attenzione era stata colta da qualcuno nella folla, là tra le centinaia di studenti dai volti tesi, impazienti che la gara iniziasse. Un volto dai lineamenti familiari aveva acceso nell’animo della Signora Terenzia una passione ancora più viva del rosso del cappotto che indossava. Un amore ancora più fervido di tutta quella manifestazione dedicata al primo marito e al latino. Un ardore ancora più carico di energia dell’aria che si respirava ad Arpino nei giorni di festa del Gonfalone. Fu così che, senza dire una parola, senza giustificazioni e senza spiegazioni, prese con la mano destra la sua borsetta e iniziò a camminare tra la platea. Nella fretta non si curò nemmeno di sistemare quel groviglio che la tracolla aveva formato sulla sua schiena. Si diresse a testa alta verso quel volto, senza vedere gli occhi increduli della gente che la osservava senza capire. Nemmeno i suoi 103  anni bastarono a fermare la sua avanzata. Solo quel volto sembrò ad un tratto capire, perché, come scoperto nel mente di un misfatto, prese a correre a perdifiato, salì su una 500 rossa e scomparve dietro l’angolo della piazza, lasciando la Signora Terenzia, in un arreso e lento passo, a inseguirlo, ormai, solo con lo sguardo. La Signora Terenzia si accorse della penna, ancora, stretta per la tensione, nella morsa della sua mano sinistra. Si annotò la targa sul palmo della mano piena di rughe. Tornò al centro della piazza, fece la firma numero 38, non fece sorrisi ai giornalisti, non si soffermò nelle congratulazioni agli studenti e come era ritornata se ne andò nuovamente. Si diresse al distretto di polizia.
<< La Signora Terenzia>> qualcuno esclamò al suo arrivo.
<< Mi dica a chi appartiene quest’auto >>
Il fare fermo e il tono secco non lasciarono spazio a nessuna richiesta di spiegazioni e un vigile iniziò la ricerca a capo chino. La Signora Terenzia si sentiva come se un cerchio stesse per chiudersi e finalmente potesse morire in pace. La passione nel corso di tutta la sua vita le aveva reso amica la sofferenza, ma qualcosa di incompiuto non le aveva mai concesso una vera tregua da quel dolore divenuto compagno di vita. In nessuna versione di latino aveva trovato parole tanto confortanti da lenire il senso di vuoto. In un solo istante, quel giorno, però, aveva trovato nei lineamenti di un uomo sconosciuto la panacea alle sue mancanze.
Improvvisamente arrivò dalla voce del vigile la sentenza:
<< Marco Tullio Cicerone di anni 19, figlio e nipote di tali Marco Tullio Cicerone>>.

PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE SUL LUOGO, VAI ALL’ARTICOLO CLICCANDO QUI

© Copyright 2018 Marta Pavesi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *