L’aquila del Furlo

La forra, vista dall’alto, mi sembra un azzurro filo di cotone cucito tra le pieghe verdi della Terra. Lo strapiombo, qui, è così a picco sul fiume Candigliano, che, se da quassù mi lasciassi cadere, mi tufferei direttamente nell’acqua turchese.

Le pareti grigie, di tanto in tanto striate del color dell’oro, sono pressoché prive di vegetazione. La cima del promontorio è, invece, ricoperta da rigogliosi boschi, che terminano, molti metri più in là, in verdi pascoli. E’ qui che ho fatto amicizia, alcuni anni or sono, con Sciò, un pastore dalla folta barba bianca, con la camicia a scacchi chiusa sul petto e i sandali aperti sui piedi. Abita su in montagna da aprile a settembre, quando porta, sui prati, il suo gregge. Non mi ha mai detto il suo vero nome. Tutte le volte che ci incontriamo, però, mi saluta con entusiasmo, perché urla sempre frasi del tipo <<Guarda che me ne devo stare qui per altri 5 mesi, su, dico io, Sciò Sciò>> o <<Oggi niente agnelli, su, dico io, Sciò Sciò>> oppure << Ma se era così tanto tempo che non ti si vedeva, su, dico io, Sciò Sciò>>. Ho pensato si chiamasse Sciò per via di questo suo modo di parlare e sono felice mi abbia risparmiato l’imbarazzo di fermarmi solo per chiedergli il suo reale nome. Il gregge di Sciò vanta ogni anno un buon numero di pecore adulte e alcuni agnelli tenerissimi. Sono così dolci da catturare tutta la mia attenzione e forse per questo motivo ultimamente mi sembra di non andare molto a genio a Sciò. Deve essere un po’ geloso dei suoi agnelli, ma, d’altro canto, deve farci l’abitudine, prima o poi, perché non sono la sola ad apprezzarli. In paese, infatti, ogni anno fanno una gran festa dove i protagonisti sono sempre loro, gli agnelli di Sciò. Io, però, il paese non lo frequento. Sono schiva, non mi fido della gente, anzi la considero un po’ strana e preferiscono girare per le montagne e osservare la forra da quassù, come oggi. Sono solitaria e le feste non mi sono mai piaciute. Tutto quel chiasso. Non mi sono mai piaciuti in generale gli uomini, ad essere sincera. Così, tanti anni or sono, presi la decisione di costruire casa sul monte Paganuccio. Sono passati così tanti anni che, a furia di aggiungere tocchi alla mia dimora, ha raggiunto, ora, l’incredibile altezza di 8 metri. Mi sono accorta che la si vede indistintamente anche a chilometri di distanza, fin da giù, sulla Via Flaminia. Ho scelto questa vita perché mi da tutto l’occorrente, senza avere il troppo o il più del necessario. Devo dire che vivo finalmente bene. Mica come Sciò che si danna l’anima dalla mattina alla sera, sempre a contare le sue pecore col rischio di addormentarsi sul ciglio del dirupo. E guai se gliene manca una. Un giorno, avevo assistito alla caduta di un suo agnello dallo strapiombo. Sciò immediatamente mi sembrò se la fosse presa con me. Colsi la palla al balzo e cercai di fargli capire quanto male vivesse, che in fin dei conti aveva troppe pecore. Gliene sarebbero bastate un paio per auto sostenersi e vivere in tutta serenità. Mi ha rimproverato urlandomi dietro una carriola di parole
<<Sciò sciò io, io ci devo campare con queste, vattene per l’amor del cielo, via>>
Siccome a me insieme agli agnelli, piace molto anche il cielo, non me la sentii di contraddirlo quel giorno e me ne andai repentina, senza portare avanti il discorso. Resto, però, dell’idea che a Sciò, tutte quelle pecore, per campare, come sostiene lui, non servano. Ormai Sciò è indurito dalla vita e fargli cambiare mentalità mi sembra impossibile. È proprio convinto che l’unica via possibile per vivere sia continuare la sua vita di stenti, patimenti e turbamenti. So bene che cambiare è difficile. È anche molto doloroso in alcuni casi. Tante volte, però, è inevitabile, se si vuole continuare a vivere. Si arriva a un punto dove o si cambia o si muore. Da piccola mi raccontarono una leggenda che aveva come protagoniste le aquile. Dovete sapere che le aquile vivono 70 anni, ma intorno ai 40 devono compiere una scelta inevitabile tra lasciarsi morire o iniziare un percorso di rinnovamento per vivere altri 30 anni. Se scelgono la seconda via, le aquile devono ritirarsi in un nido arroccato sulla montagna e restare lì 150 giorni. Dapprima devono strappare, a suon di colpi sulla parete rocciosa, il becco diventato troppo curvo per cibarsi. Quando sarà ricresciuto un nuovo becco, dovranno, poi, strapparsi gli artigli, diventati troppo flessibili per catturare le prede. Quando anche i nuovi artigli saranno rispuntati, useranno becco e artigli per strapparsi, ad una una, le penne, diventate troppo pesanti per volare. Dopo 150 giorni, le aquile, che hanno scelto il cambiamento, sono come rinate e diventano più forti e maestose di prima. D’altra parte Sciò è un pastore e non un aquila e certe storie non riesce a capirle. Io, però, non mi do per vinta e ogni tanto cerco di fargli aprire gli occhi, aiutandolo a comprendere che tutte quelle pecore sono davvero troppe per un solo uomo. Un giorno riuscirò a convincerlo a cambiare, invece di infuriarsi come un matto e rischiare un infarto. Anzi domani per prima cosa andrò proprio a trovare il mio amico Sciò. Domani riprenderò il volo, scadono oggi i miei 150 giorni di isolamento.

PER INFORMAZIONI DETTAGLIATE SUL LUOGO, VAI ALL’ARTICOLO CLICCANDO QUI

© Copyright 2018 Marta Pavesi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *