Serafino Gubbio Tornitore

Seduto davanti alla Chiesa di San Domenico se ne stava Serfino Gubbio Tornitore.

Osservava, come era solito fare, le persone muoversi nel quartiere di San Martino. I più passavano veloci, come erano passati in fretta i giorni della sua vita. Sembrava che il tempo gli fosse sfuggito tra le dita, proprio a lui che con le mani ci sapeva fare. Aveva fatto del tornio il suo mestiere, la sua virtù. Un anno aveva battuto perfino un record tornendo e poi pitturando una maiolica di rara bellezza. In molti si complimentarono e tanti lo invitarono nelle nazioni più disparate per portare la sua arte presso regge aristocratiche e nobili corti. Nemmeno in quell’occasione, però, il nostro Serafino trovò il coraggio di allontanarsi dalla sua città natale, Gubbio. Per compensare il suo poco viaggiare, leggeva parecchi libri, guardava le immagini di tutti i giornali e le riportava nella sua arte, nelle opere fatte col tornio, nelle variopinte maioliche. “Se non poteva viaggiare col corpo bloccato dalle sue paure, avrebbe vagato liberamente con la mente”, si giustificava.

Era un mercoledì mattina, quando lo vide passare, allegro e spensierato come lo si può essere solo da giovani. Aveva gli occhi sottili, come se qualcuno li tirasse per gli angoli. Era orientale. Portava in mano una maiolica coloratissima, un vaso piccolo quanto una mano. Serfino Gubbio Tornitore non credeva ai suoi occhi. Si sentiva vecchio, inutile e ormai finito. Le gambe non assecondavano la sua volontà ormai da anni e doveva perennemente aiutarsi con un bastone, anche per fare solo pochi passi. Le mani indurite dall’artrite non gli permettevano più di lavorare al tornio. L’udito gli giocava brutti scherzi e a volte si sentiva chiamare da persone inesistenti. La vista era annebbiata, la memoria vacillava. Eppure lo vide e lo riconobbe a distanza di 82 anni. Non poteva sbagliarsi. Quel ragazzo orientale, doveva fermarlo. Serfino Gubbio Tornitore prese un lungo respiro, infilò indice e pollice nella bocca sdentata e soffiò come non aveva mai fatto. Ne uscì un fischio secco, acuto e sicuro. Tutta la piazza si girò verso di lui. Serafino, con gli occhi puntati sul ragazzo orientale, lo chiamava con un cenno di quel indice, che poco prima aveva in bocca. Sembrava un manifesto pubblicitario il nostro Serafino, su quella panchina davanti alla Chiesa di San Domenico. La chiesa, rimasta incompiuta, faceva vedere per metà la sottostante e più antica chiesa di San Martino, dalla quale sembrava scollarsi. Sembrava un manifesto che qualcuno per dispetto avevo strappato facendo emergere lo slogan di quello sottostante. Il giapponese fu colpito da quella scena surreale e per curiosità assecondò la richiesta di Serafino avvicinandosi timido e timoroso.

<< Dì un po’ chi ti ha dato quel affare lì? >> chiese indicando il piccolo vaso colorato

<< Mio nonno, signore >> rispose l’orientale, facendo girare tra le dita la maiolica

<< e al nonno? >>

<< mi raccontò una storia di un danese, che l’aveva ottenuto per riconoscenza da un italiano, che, a sua volta, l’aveva trovato su un tavolo di un’osteria >>

L’osteria in questione era proprio quella che i due avevano di fronte. Circa 80 anni indietro, apparteneva al padre di quel mascalzone di un Pepi, il miglior amico di infanzia di Serafino. Così era stato il Pepi ad avergli rubato sotto il naso il vaso. L’aveva fatto per invidia della sua bravura. Serfino Gubbio Tornitore ora capiva tutto. Il vaso era stato il suo primo lavoro compiuto. Aveva 13 anni. Lo aveva colorato con mille miniature che riproducevano posti lontani e vicini, monumenti, piazze, montagne e mari. Si ricordava che per vanto era andato all’osteria del padre del Pepi per poter mostrare all’amico il suo manufatto. Da allora, nella sua mente non rimase più nessuna traccia del suo primo vaso.

Il ragazzo orientale fu mosso a compassione e, seppur con una certe reticenza, regalò il vaso a quell’anziano, che sembrava tanto ansioso di riprendere in mano l’oggetto.

Purtroppo, però, Serfino Gubbio Tornitore era diventato troppo maldestro per maneggiare vasi. Capitò così che, alcuni mesi dopo l’accaduto, fece cadere il vaso, mandandolo in frantumi. Dal suo interno uscirono centinaia di piccolissime fotografie, che ritraevano un biondo danese con in mano il suo vaso. Sullo sfondo di ogni ritratto si intravedevano i più bei posti del mondo. Serfino Gubbio Tornitore non lo sapeva, ma il suo vaso aveva viaggiato al suo posto. C’era il Colosseo, la Tour Eiffel, il Big Ben, la Casa Bianca, la Muraglia Cinese, le Cascate Vittoria e quelle del Niagara. Grazie al suo vaso Serafino vide posti incredibili.

Seduto davanti alla Chiesa di San Domenico, se ne stava Serfino Gubbio Tornitore. Attendeva, che passasse di là, un ragazzo orientale con in mano la sua seconda opera compiuta da abile tornitore quale era stato: un piccolo vaso, grande quanto il palmo di una mano, con impresse mille raffigurazioni di dolci e graziose fanciulle.

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© Copyright 2018 Marta Pavesi

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